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Perchè il Natale mette tristezza?

Per molte persone, il Natale non ha il volto della felicità ma quello amaro della solitudine, della tristezza, del dolore di vivere, dell’angoscia.Si è abituati a paragonarsi con quello che gli spot natalizi propongono, con famiglie perfette, sedute felici intorno ad una tavola ben allestita , ma la vita reale è fatta anche di discussioni, tensioni, pesanti assenze.Cosa succede? Ci si sente insoddisfatti, inadeguati e così lontani da quell’ideale di armonia, spensieratezza e perfezione da cadere in un profondo stato di tristezza e malinconia fino a maturare un’avversione per il Natale.E’ come se a Natale ci fosse un’ obbligatorietà alla felicità, come se a Natale bisognasse fare finta di non avere una serie di problemi che invece è consentito avere per il resto dell’anno.Ci si può sentire inadeguati rispetto alle proprie aspettative e a quelle degli altri e quindi assumere una posizione scomoda per tutta la durate delle feste.Esistono però, dei fattori scatenanti queste emozioni che è bene sottolineare.Per esempio c’è chi ha problemi con la famiglia, chi con essa non ha buoni rapporti o è in conflitto, chi magari la famiglia non ce l’ha più o è lontana per svariate ragioni.Possiamo anche pensare a chi ha avuto un’infanzia difficile, per cui il Natale suscita ricordi di tristezza e solitudine.Inoltre, il Natale porta con sé l’avvicinarsi della fine dell’anno e quindi in modo quasi automatico si è soliti  fare dei bilanci e spesso capita di sottolineare esclusivamente i propri fallimenti, ciò che non si è fatto, che si sarebbe voluto fare, andando quindi ad alimentare frustrazioni e ruminazioni mentali.La festività diventa un nemico che obbliga a ricordare la propria condizione psicologica, come un martello pneumatico che non si ferma finché non si decide di guardare in faccia la realtà fatta di difficoltà interiori.E’ importante ancor prima dargli un nome e decidere cosa farci e come muoversi rispetto a questo.Infatti se ci pensate bene, non è il Natale che detestate, ma sono i problemi e le paure di affrontarli che “odiate”.Meglio continuare a scappare e mettere stop durante le feste o iniziare ad affrontarli?Innanzi tutto sarebbe utile cominciare a comprendere ed esprimere il proprio malessere, per affrontare i nodi irrisolti e le voci del proprio inconscio.E’ importante riflettere su sé stessi per risolvere questo senso di vuoto che sarà pronto ad emergere in ogni momento, con il trascorrere del tempo e non solo durante le festività. Quindi l’obiettivo sarebbe non solo vivere meglio il Natale ma anche e soprattutto il resto dei giorni dell’anno.Ma nel frattempo che le feste si avvicinano, ecco alcuni consigli sul come affrontarlo in maniera diversa.Per evitare di cadere vittime della depressione natalizia, è bene ricordarsi che non si è il prodotto di ciò che la TV rappresenta o che gli altri si aspettano, ma esseri umani con una propria storia, un vissuto personale.E’ buono fare del proprio meglio per vivere in modo rilassato le feste di Natale, ma senza forzature.Se siete soli, single, separati, sappiate che non necessariamente il Natale deve essere trascorso nelle famiglie tradizionali “da mulino bianco” che sono rappresentate in TV. Famiglia è ovunque ci sia del calore e del reciproco sostegno: Amici, parenti, volontari, o anche da soli con se stessi a fare qualcosa che vi rende felici, sono tutti ottimi modi di trascorrere le feste.Non sentitevi colpevoli e tristi se non fate quello che ci si aspetta da voi. Fate quello che vi fa stare bene. Siate i migliori amici di voi stessi e coccolatevi con quello che vi fa stare meglio: rispettarsi è il primo passo per non cadere vittima di costrizioni, malinconia, stress e tristezza. E soprattutto non sentitevi in colpa se non assolvete ai vostri “doveri”.Spesso la tristezza, l’ansia, la frustrazione derivano proprio da un conflitto interiore tra il “dover fare” e il “voler fare”.Fatevi un regolo: ascoltatevi un po’ di più per regalare davvero gioia in primis a voi stessi, e poi agli altri. Focalizzatevi su quello che avete e di cui dovete essere grati di voi stessi, invece che rimuginare solo sui vostri errori e su quello che non possedete.Abbassate le aspettative e questo vuol dire che se state attraversando un momento particolare della vostra vita non è un vostro dovere essere felici e sorridere a tutti i costi solo perché è Natale. E’ un vostro diritto, però, prendervi il vostro spazio, il vostro tempo senza perdetelo di mano. Voi conoscete il significato che avete attribuito al Natale ma avete sempre tempo per modificarlo o comunque aggiungere qualcosa di nuovo. Buona costruzione del senso del Natale a tutti voi!

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Stare da soli: Perché il dipendente affettivo ne ha paura?

“Se non faccio così, mi lascerà!”; “Non voglio stare da solo, meglio essere sempre impegnati!”; “Che brutta cosa la solitudine!”; “Non va bene bene rifiutarsi di stare in compagnia, l’altro potrebbe rimanerci male!” Quante volte hai detto o anche solo pensato queste frasi?Sei nel posto giusto. Fermati qualche minuto e leggi questo articolo per capire un po’ di più delle tue relazioni! Giulio ha 41 anni e non ha una relazione stabile. È molto importante per lui sottolineare che si impegna moltissimo nelle relazioni d’amore, ma queste finiscono sempre male, si rivelano insoddisfacenti e sfiancanti. Una volta succede di incontrare una donna ipercontrollante, tanto da sentirsi in trappola a causa delle assurde proibizioni e regole che gli impone, una volta succede di incontrarne una distaccata e fredda, della quale deve quasi elemosinare l’amore e le attenzioni.  Risultato? Giulio passa da storie in cui si sente completamente annullato, senza possibilità di essere o anche solo esprimere se stesso, a storie in cui mette in gioco tutto di sé, farebbe qualsiasi cosa, anzi fa qualsiasi cosa. Queste tipologie di storie, all’apparenza così diverse, hanno qualcosa di molto importante in comune: Giulio si comporta così affinché sia visto e amato dall’altro. Vi starete chiedendo, “ne vale la pena?” Marisa invece è una donna di 37 anni.  Ha una vita piena, anzi pienissima! Non ha mai un momento libero, lavoro, volontariato, amici, passioni, hobbies, sempre fuori, sempre carica, sempre super attiva. Trascorre ore al telefono con le amiche, acquista un sacco di vestiti per riempire il suo armadio, frequenta tantissime persone e afferma che questo è l’unico modo che conosce per vivere davvero a pieno la sua vita! Marisa non ha mai un momento libero, non ha mai uno “spazio vuoto”. Eppure, le manca sempre qualcosa. A fine giornata quando si mette a letto non riesce a pensare alle mille cose che ha fatto nelle ore precedenti, e rimane invece a rimuginare su cosa avrebbe potuto fare di più, su come avrebbe potuto ancora riempire quelle ore di vita, temendo di non aver fatto abbastanza, temendo di rimanere “ferma”. E anche in questo caso vi starete dicendo “ma fa già moltissimo, perché non si ferma un po’ a godersi il silenzio?”Per quanto differenti sembrino le storie di Giulio e Marisa, esse nascondono un medesimo modo di vivere la propria affettività, ovvero in maniera dipendente. Fermiamoci un attimo a riflettere. Giulio è insoddisfatto delle sue relazioni, ma cosa fa per cambiarle? Nulla. Egli giustifica le proprie partner, affermando che è giusto sacrificare se stessi per amore, rinunciare a qualcosa. E non ha tutti i torti, l’amore a volte è anche trovare un buon compromesso. Tuttavia, Giulio non trova un compromesso, piuttosto rinuncia a se stesso per l’altro. E Marisa allora? A cosa rinuncia Marisa? Sicuramente la vita di Marisa sembra più equilibrata, una donna che non deve chiedere nulla perché ha tutto, amici, lavoro, vita sociale e così via. Eppure anche lei è insoddisfatta, alla ricerca perenne di qualcosa che la faccia sentire viva. Marisa rinuncia quindi al silenzio, al fermarsi, al tempo per se stessa.Vi chiederete, se il prezzo è questo, perché lo pagano? Sembra assurdo, ma in questo modo Giulio e Marisa tengono a bada il vuoto affettivo che sentono dentro. Riempire la loro vita con relazioni insoddisfacenti o tenendo la mente e il corpo sempre occupati, li aiuta a lenire la paura di entrare in contatto con se stessi. È più facile dare adito a credenze passate e disfunzionali, che intraprendere un percorso di consapevolezza che ci metta di fronte ai nostri veri desideri e al percorso che dobbiamo intraprendere per realizzarli.  Quindi Giulio e Marisa mettono a rischio loro stessi pur di non rimanere soli e fare i conti con i fantasmi del passato e le loro reali insicurezze. Ecco qual è il loro guadagno! Giulio e Marisa hanno paura di sperimentare quel vuoto profondo che, secondo loro, può essere colmato solo dalla presenza dell’altro, una fidanzata, o una schiera di amicizie e attività.Quello su cui Giulio e Marisa non hanno riflettuto è che solo loro, al contrario, possono dare significato a quel vuoto. In che modo? Iniziamo da Giulio. Cosa può fare di diverso per smettere di intraprendere relazioni malsane? Ecco alcuni spunti: quella solitudine, senso di vuoto, che sperimenta e che immagina senza nessuno al suo fianco, quanto è simile alla solitudine che sperimenta, ma ignora con il suo partner assente affettivamente? E poi non bisogna dimenticare di conoscersi a fondo, cominciando a fare le cose che gli  piacciono andando incontro al senso di colpa infondato, ingiustificato vs l’altro,  iniziando a fare attività anche senza l’altro, cogliendo le proprie capacità e i propri limiti, ma soprattutto focalizzandosi sul suo mondo interiore chiedendosi  “come mi sento in questa situazione?” e “quali sono le mie aspettative rispetto a questo?”. E Marisa? Lei è così impegnata nel colmare i propri vuoti da non riuscire a percepire quanto invece sia prezioso avere degli spazi liberi. La prima cosa da fare per Marisa è quindi cercare di ritagliarsi degli “spazi vuoti” che sono condizione necessaria al “movimento” della propria vita; inoltre, la sua vita è così piena che forse non sa più nemmeno di cosa davvero ha bisogno; liberando spazio può anche fermarsi a riflettere su ciò che davvero vuole tenere con sé, chiedendosi “quali sono le cose che davvero mi fanno stare bene e quelle che tengo per riempire il mio vuoto?”; così facendo Marisa può entrare in contatto con i suoi reali bisogni e desideri e può impiegare il suo tempo per realizzarli, invece di cerare di sopprimerli riempiendoli di qualcosa che non la soddisfa. Quando Giulio e Marisa si daranno la possibilità di sperimentarsi nelle loro nuove esperienze, fatte di contatto e conoscenza di loro stessi, allora potranno vivere una vita fatta di scelte consapevoli che mirano a migliorare la qualità della loro esistenza e, di conseguenza, delle loro relazioni. Caro lettore, probabilmente dirai che non è così semplice. Certo, hai ragione, non è semplice ma ricorda che all’inizio di qualsiasi

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TUTTO OK? Certo! (E INVECE NO!)

Quante volte ti sei trovato/a nella situazione di “tamponare”, mascherare , non esprimere le tue emozioni?Se sei qui evidentemente qualcosa di simile l’hai vissuta!Oggi parleremo di Alessia e Luca. Alessia è una donna di 23 anni, studentessa universitaria e lavoratrice part time presso un supermercato. Lavora per pagarsi gli studi, è gentile e solare. Ha tanti amici che le vogliono bene e tutti la definiscono una persona serafica, sempre calma. Le piace trascorrere il tempo con le persone che ama e non ricorda di aver mai discusso con qualcuno in tutta la sua vita. Fortunata? Be’, forse non proprio. Quando si trova in situazioni spiacevoli, ad esempio se qualcuno le manca di rispetto, Alessia piange. Se qualcuno le fa un torto, Alessia piange. Insomma, non prova mai rabbia. Chiude un occhio su moltissime cose e  se si va più a fondo nella sua storia, emerge la sua convinzione che l’idea di arrabbiarsi con qualcuno non è una buona cosa, anzi, la sola idea la spaventa molto: “ se mi arrabbiassi perderei l’amore delle persone che amo”; “se mi arrabbiassi, non sarei una brava ragazza”; o ancora “arrabbiarsi con l’atro equivale a non volergli bene”. Come potete immaginare, Alessia avrà nel tempo imparato che provare l’emozione della rabbia, esprimerla e manifestarla apertamente è un rischio; e quindi quello che fa quando le capita qualcosa che farebbe arrabbiare chiunque, è di coprire la sua emozione di rabbia con un’altra, di solito la tristezza. Quindi si sente triste quando qualcuno le manca di rispetto; piange quando dovrebbe litigare con qualcuno, e sotterra sempre di più la sua rabbia senza darsi la possibilità di esprimere ciò che sente e pensa davvero. Luca, invece,  è un uomo di 32 anni.Luca, apparentemente sembra una persona sicura, forte, ma in realtà nasconde delle profonde fragilità e insicurezze.Vive una relazione sentimentale da 10 anni. Ha un lavoro autonomo, abbastanza avviato, è consapevole delle sue qualità e potenzialità, ma quando accade qualcosa per lui spiacevole, sia nell’ambito lavorativo che relazionale, preferisce non condividerlo con nessuno, tanto meno col suo compagno, fingendo che tutto vada bene.Quando capitano situazioni, in cui non viene apprezzato, o nei casi in cui la sua performance lavorativa non ottiene elogi, si isola con se stesso, non condividendo i suoi dispiaceri, motivando l’accaduto con un “tanto non era importante, si sa come vanno le cose”, ma in realtà nasconde una pesante delusione.Lo stesso capita nella sua relazione sentimentale e nelle sue amicizie. Davanti a malcontenti, eventi in cui si sente triste o in disaccordo,  non lo esterna perché pensa: “se dico che sto male, penserà che sono debole, e probabilmente non sarà più interessato a me” “le cose devono andare sempre bene, altrimenti annoio e gli altri si allontano”.Quello che fa è rimuginare e fingere che le cose vadano sempre bene, che gli insuccessi non esistano nella sua vita, costruendo e rafforzando giorno per giorno una corazza esterna, diventata, oramai, molto pesante e pressante.Come avrete capito, Luca, ha imparato e fatto suo nel tempo, che l’unica emozione da dimostrare, è la felicità, a qualunque costo, pagando il prezzo di non essere se stesso. Quello che fanno Luca e Alessia è trattare le loro emozioni di tristezza e rabbia come un nemico da cui difendersi, in quanto percepite come pericolose.Il risultato sarà di un “vorrei che mi capissero, vorrei condividere la mia tristezza, ma non posso essere me stesso… se mi mostro triste rimarrò solo e sarò facilmente attaccabile” per Luca; mentre per Alessia “mi sento così triste quando gli altri non hanno rispetto per me, sono impotente e non mi resta che subire”. Cosa potrebbe essere importate fare? Sicuramente riflettere sul significato che Alessia e Luca hanno attribuito alle emozioni che tentano di negare!È reale l’idea che arrabbiarsi con qualcuno comporti la sua perdita? È reale il pensiero che essere triste corrisponda a debolezza?Come mai e quando Alessia e Luca hanno appreso queste convinzioni? Il costo da pagare, quindi negare le loro reali emozioni, quanto è conveniente?E’ importante per loro ripercorrere le esperienze vissute per capire il nesso tra la costruzione di questa idea che forse quando erano bambini li ha aiutati ad avere l’amore dei loro cari, ma che oggi si rivela  disfunzionale, tanto da portarli verso una insoddisfazione di non essere compresi, apprezzati, oltre alla pesantezza di doversi nascondere qualcosa, di dover in qualche modo essere diversi da ciò che vorrebbero essere.È come se fossero divisi in due: da una parte vorrebbero che le cose andassero diversamente,  esprimere le loro emozioni vere, dall’altra continuano a rispondere a giudizio interiore: se lo farai verrai abbandonato.Luca e Alessia non hanno mai avuto esperienze diverse rispetto a questo. E forse questo potrebbe essere un ulteriore passo: una volta colto il significato che loro stessi hanno attribuito alle emozioni che si sforzano di negare, e l’importanza che attribuiscono al “dover essere”, anziché al “voler essere” se stessi, potranno magari darsi il permesso di vivere ciò che si sono sempre impediti di vivere.                                       GIUSEPPINA ARCELLA PSICOLOGA – PSICOTERAPEUTA PAGINA FACEBOOK                                        GIOVANNA FURNERI PSICOLOGA-PSICOTERAPEUTA PAGINA FACEBOOK

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Se stai leggendo questo articolo, forse ti capita, di frequente, di dirti che va sempre tutto male e che sei destinato/a ad essere infelice, oppure conosci qualcuno che  lo dice spesso. Come Sara, per esempio. Una donna di 53 anni. O come Gianluca, 33 anni. Sara ha perso la mamma all’età di 12 anni e, da quel momento, ha assunto un ruolo predominante e ben specifico nella sua famiglia: occuparsi dei suoi fratelli e delle faccende domestiche. Con suo padre andava d’accordo, ma comunicavano solo per dirsi cosa “dover fare” per la casa, per i fratelli, ma non si sono mai raccontati cosa accadesse durante la giornata, né Sara gli ha mai raccontato di quello che faceva a scuola, non ha mai espresso i suoi bisogni, o semplicemente parlato di come si sentisse in un dato momento o cosa preferisse fare. Sara aveva imparato che voler bene corrispondesse a compiacere gli altri, soprattutto il padre, e che per meritare l’amore degli altri fosse importante essere pronti a rispondere con soddisfazione alle loro richieste! Senza accorgersene, Sara, iniziò a leggere ogni relazione con la stessa credenza, ritrovandosi spesso in situazioni relazionali insoddisfacenti e sbilanciate. Quando si sposò pensò di essersi liberata di tutto quel peso che aveva portato sulle spalle, della necessità di dover soddisfare con entusiasmo le aspettative degli altri, ma ben presto si accorse che così non era. Anche nella sua nuova famiglia iniziò a compiacere, sostituirsi all’altro, chiudersi in sé stessa, che tanto nessuno avrebbe mai potuto capire le sue emozioni, i suoi bisogni e le sue posizioni. Col passare degli anni però, le inizia a star stretta questa situazione; la davano sempre tutti per scontata e sentiva che nessuno si occupava di lei, nessuno si era mai chiesto di cosa lei avesse bisogno e iniziò a ripetersi frasi come “nessuno mi capisce, ho sofferto tanto nella vita e continuerò a farlo, oramai so che funziona così la vita, gli altri non conoscono la vera sofferenza, succede tutto a me”. Sembra però che Sara non si sia mai fermata a riflettere su alcune questioni: cosa fa per mantenere queste dinamiche relazionali? Sono gli altri che davvero si approfittano di lei, oppure lei è troppo permissiva? Ha un ruolo nella sua mancanza di soddisfazione? Sara si sente bloccata: da un lato pensa di non essere importante e non poter esprimere le sue emozioni e i suoi bisogni e dall’altro vuole darsi la possibilità di vivere diversamente, esporsi, esprimere le sue opinioni. Ma vediamo cosa succede a Gianluca! Gianluca è un uomo intelligente, simpatico, brillante. Primo del suo corso, si è laureato con il massimo dei voti. Ha tanti amici, pratica sport e ha una relazione da 5 anni con Anna; stanno molto bene insieme e vorrebbero sposarsi. Sembra che la sua vita proceda bene, ma Gianluca non è soddisfatto. Da quando si è laureato non è stato “fortunato” dal punto di vista lavorativo. Ha svolto qualche lavoretto, ma nulla che lo soddisfacesse davvero o che lo appagasse tanto da continuare. Ha mandato tanti curriculum, ma nessuno lo ha mai chiamato; si è presentato a tanti concorsi, ma è stato sempre escluso. Ha seguito moltissimi corsi di aggiornamento, ha colmato tutte le lacune teoriche, ha collezionato una serie di attestati di formazione che farebbero invidia a un qualsiasi direttore di azienda, eppure non ha ancora trovato un lavoro. Si sente molto demoralizzato e mette in atto continui paragoni con colleghi meno preparati di lui, ma che lavorano da anni, guadagnano e stanno andando avanti con la loro vita; e invece Gianluca si sente bloccato, frustrato, demoralizzato rispetto alle prospettive sul futuro e il suo motto ricorrente da qualche tempo è diventato “mi va sempre tutto storto, come può essere che capiti sempre a me? Sono proprio sfigato!”. Eh sì, la storia di Gianluca rispecchia un po’ la realtà sociale ed economica in cui ci troviamo adesso: poco lavoro, poca richiesta, molti richiedenti. Eppure qualcosa sembra nascondersi dietro l’atteggiamento così disfattista di Gianluca. Se guardiamo più a fondo la sua storia, scopriamo che Gianluca si è davvero dato da fare per trovare lavoro…fino a un certo punto! Per i concorsi a cui si è presentato, ad esempio, ha consegnato la domanda in ritardo, motivo di esclusione dal concorso; ha frequentato dei corsi professionalizzanti, ma non si è mai proposto per quegli impieghi e se ne ha avuto la possibilità, ha rinunciato alludendo al fatto che non si sentisse ancora abbastanza competente. Alcuni colleghi hanno cercato di coinvolgerlo nei loro progetti, e lui ha procrastinato la decisione di aderire fino a quando è stato troppo tardi! Insomma, Gianluca ha in qualche modo attuato tutta una serie di comportamenti che lo hanno sabotato nella sua affermazione professionale e attraverso i quali si è assicurato la possibilità di dirsi “che sfiga! Capita sempre tutto a me!”. In sintesi, Gianluca vorrebbe davvero trovare un lavoro e assicurarsi un futuro, ma allo stesso tempo sembra rimanere in una situazione stagnante, nella quale si rende impotente non prestando attenzione alle sue capacità e competenze e entra in un circolo di autocompassione che lo blocca in una sorta di conflitto tra “vorrei ma non posso…” Ma cosa si nasconde dietro questo auto – sabotaggio? Cosa teme di raggiungere, proponendosi? Quali sono le sue aspettative? Sara e Gianluca, due storie diverse, molto in comune! Entrambi si trovano in una situazione di stallo, si sentono bloccati tra due desideri diversi, quasi opposti. Sara si focalizza su quello che l’altro non fa, anziché concentrare la sua attenzione su quello che lei per prima fa o meno per rimanere nella sua posizione di blocco. Gianluca, dal canto suo, è troppo concentrato su ciò che succede intorno a lui, su quello che gli altri vivono, che vorrebbe anche lui e non ha, per rendersi conto per fermarsi a riflettere sul motivo del suo auto-sabotaggio e dove perseverare in questo comportamento lo condurrà. Perché continua a farlo? Pensa di deludere qualcuno? Cosa possono fare Sara e Gianluca? Innanzitutto fermarsi a porsi queste domande

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Narcisismo: sano o patologico?

Quando si interpella Narciso, spesso ci si focalizza quasi esclusivamente sui comportamenti esteriori, sulla parte auto-esaltatrice, quella più visibile e quasi sempre attiva in lui. Il disturbo narcisistico, però, è qualcosa di più complesso che, come anticipato in un precedente articolo ( leggi qui) , non si può racchiudere dentro un’unica categoria. Ad un estremo troviamo il narcisismo sano e dall’altro quello maligno, o comunemente identificato, come patologico ed è di quest’ultimo che vi parlerò in maniera più approfondita. Facciamo prima una breve presentazione del narcisismo sano.  Il narcisismo sanoIl narcisismo sano riguarda la capacità di un individuo di mantenere un equilibrio dinamico tra il proprio Io (amore per se stessi) e gli altri (amore per gli altri), che in alcune fasi difficili della vita può essere compromesso. Il narcisismo sano è alla base di una buona autostima: si è capaci di prestare la giusta dose di attenzione alle proprie esigenze (fisiche e psicologiche), ma allo stesso tempo si è capaci di prestare le stesse attenzioni all’altro; è presente la capacità di cogliere, con intelligenza (cognitiva ed emotiva) le proprie capacità e i propri limiti ed essere determinati ed audaci nel raggiungere i propri obiettivi e ambizioni, sempre nel rispetto di sé e dell’altro. Quando l’investimento su di sè diventa eccessivo e malsano si va incontro all’estremo patologico. Capiamo meglio di cosa si tratta. Il narcisista maligno/patologico ha caratteristiche che lo pongono in un’area ibrida tra narcisismo e disturbo antisociale di personalità. Alcune caratteristiche tipiche che raggiungono il grado massimo di espressione, sono: grandiosità, mancanza di sentimenti, perdita di contatto con il sé e il corpo, mancanza di contatto con la realtà, senso di onnipotenza, diffidenza verso gli altri, rabbia espressa, sadismo (anche verso se stesso) e crudeltà. Come avrete capito, il narcisista patologico crea un senso grandioso di importanza: esagera i risultati o talenti (falsandoli), ha l’aspettativa di essere notato come superiore e venerato, pretende un’eccessiva ammirazione, trasmettendo la sensazione che tutto gli sia dovuto. Inoltre, non meno importante: ha la tendenza a sminuire l’altro in tutto e per tutto ciò che fa e sente, per confermare l’immagine distorta di sé. Vi sembrerà strano, ma il narcisista patologico nasconde una bassissima autostima: in realtà ha creato un Falso Sé, un’immagine idealizzata di se stesso che ha la stabilità di un castello di sabbia. In fondo il Narcisista patologico non ha una reale conoscenza di se stesso, non conosce il suo mondo emotivo, interiore, in quanto focalizzato a come deve apparire all’esterno, quindi presta attenzione a ciò che deve essere e rappresentare, piuttosto che a ciò che realmente è. Pertanto, la personalità autentica della persona narcisista, viene soppressa, perché se emergesse sarebbe ritenuta inaccettabile e non meritevole di attenzione. A livello interpersonale assume pessimi comportamenti: la tendenza ad essere intolleranti verso il prossimo, la tendenza di sfruttare gli altri per raggiungere i propri fini, soddisfacendo le fantasie eccessive di successo illimitato, potere, fascino, bellezza, spesso contraddistinte da atteggiamenti umilianti verso l’altro, cercando di sminuire successi e qualità altrui solo ed esclusivamente per confermare l’idea irreale di sé. Il narcisista  mette anche in atto una dissociazione emotiva, cioè il comportamento è slegato dall’emozione. I narcisisti sono insensibili, privi di empatia, non solo esclusivamente nei confronti dell’altro, ma anche nei riguardi di se stessi, non sono capaci di riconoscere i loro stessi sentimenti e conseguentemente di poterli identificare negli altri, non sono in grado di immedesimarsi. Anestetizza i sentimenti, come difesa  e soluzione verso il dolore. Rispetto alle relazioni sentimentali, spesso utilizza il partner come trofeo, tende ad adottare stretegie di corteggiamento col fine di possedere quella persona, e “mollare” la presa dopo aver percepito che quella persona è diventata di suo possesso. Ma in che modo “molla” questa presa? Mediante umiliazioni, e comportamenti verbali e non verbali sminuenti verso il partner. Lo sviluppo più drammatico del disturbo, si osserva quando la grandiosità si combina con una forte quota di aggressività. Il mantra del Narcisista Patologico sarà: “Posso fare quello che voglio”, “Nessuno mi può ferire”, in una visione dicotomica e scissa della vita (vista come una giungla) e degli altri, visti o come completamente buoni (quindi deboli e da sottomettere) o completamente cattivi (da attaccare o da cui fuggire in base alla forza percepita). Ma perché si giunge all’estremo patologico? Ogni individuo da piccolo sperimenta qualche tipo di frustrazione, ma alcuni sono in grado di tollerarla e superarla perché vicino hanno figure di attaccamento adeguate. Il futuro narcisista patologico, invece, avendo figure di accudimento incapaci di sostenerlo nel suo sviluppo, non è in grado di tollerare l’umiliazione e la frustrazione che ne consegue, e sperimenta un forte vissuto di impotenza, una ferita narcisistica. È per questo che i narcisisti utilizzano il controllo sugli altri, per evitare di risperimentare l’umiliazione e il senso di impotenza, che hanno vissuto ripetutamente durante la loro infanzia. Secondo l’Analisi Transazionale, che utilizza un modello tripartito della personalità, la persona narcisista ha interiorizzato messagi genitoriali (le ingiunzioni): “non essere intimo psicologicamente” e “non fidarti” perché le figure di attaccamento erano appunto inaffidabili, non disponibili, talvolta imprevedibili, anaffettive, manipolatorie; di conseguenza il narcisista si è costruito l’idea che deve fare affidamento solo su se stesso e che avere bisogno degli altri lo può esporre alla minaccia della sua incolumità. Inoltre, presenta uno Stato dell’Io Bambino grandioso, al fine di supplire al senso di inadeguatezza genitoriale, è caratterizzato da un Adulto assente, che minimizza le conseguenze delle proprie azioni e da un Genitore inadeguato nelle funzioni di sostegno, incapace di fornire stima e sicurezza.  Come si può giungere ad un livello sano di narcisismo? E’ fondamentale iniziare un percorso di psicoterapia, ma sarà difficile che Il Narcisista bussi spontaneamente alla porta di uno specialista. Perchè è importante farlo? Darai la possibilità a te stesso di conoscere la parte repressa fino a quel momento, di soffermarti su di te ed entrare in contatto in modo maturo con le tue emozioni e vissuti fatti anche di sofferenza. Si lavorerà, quindi, sulle ingiunzioni citate prima, sulla stimolazione e il riconoscimento delle emozioni

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Dalle “storie” alla vita reale senza filtri!

Vi sarà sicuramente capitato di essere invitati a “fare un “selfie” o “ una storia”.             Oggi sono molte le persone (dai più giovani ai meno giovani) che si focalizzano sull’insaziabile condivisione social di foto e/o viedo, scegliendo il miglior filtro da “indossare”, piuttosto che vivere il momento presente,perdendo l’emozione che l’accompagna. Il vivere sembrerebbe essere stato sostituito dal condivivere.                In passato si facevano gli autoscatti in assenza di qualcuno disponibile a scattarci una foto ricordo: lo si faceva per conservare un momento intimo e assolutamente privato. Ora, invece, sembrerebbe essere un appuntamento fisso: immortalare ogni momento della giornata per condividere quello che si sta facendo, con chi e dove, con l’obiettivo, per alcuni, di ricevere feedback positivi o semplicemente attirare l’attenzione.             In questo caso mi riferisco al binomio selfie/social network che credo rappresenti l’accoppiata perfetta, in quanto queste piattaforme sono ormai diventate il mezzo più diffuso ed utilizzato e soprattutto il luogo di dominio del selfie e delle fantomatiche “storie”.             Le foto che vengono pubblicate sui social sono svariate: da quelle che catturano momenti di festa con gli amici o col proprio partner, alle più imbarazzanti.             Perché si fa? Le motivazioni possono essere tante: dimostrare a tutti, tramite la condivisione di foto, chi si vorrebbe essere per venir apprezzato, inviare un messaggio a qualcuno e, magari, col passare del tempo pentirsi dell’uso che se n’è fatto pubblicamente.              Studio             Sono stati svolti diversi studi sulle motivazioni che spingono una persona a farsi un autoscatto.             Una ricerca interessante, che risale alla fine del 2014, condotta dall’Università Cattolica di Milano e dalla fondazione Ibsa, prende in considerazione utenti italiani (150 persone, di cui il 35% maschi e il 65% femmine, con un’età media di 32 anni), e ha tentato di comprendere il fenomeno selfie, tramite specifici questionari, rispondendo a tre domande:             Per quanto riguarda il primo quesito della ricerca, è emerso che gli scopi associati all’attività del selfie sono soprattutto “far ridere e divertire gli altri” (39%), “vanità” (30%) e “raccontare un momento della propria vita” (21%). Quanto ai motivi per cui le persone si fanno i selfie, emerge che questa abitudine ha come obiettivo quello di raccontarsi agli altri  mostrando con chi, dove e cosa si  sta facendo, si tratta quindi di aspetti esteriori e non interiori legati alla persona in sé.             Proseguendo col  secondo quesito della ricerca, è emerso che le donne che utilizzano maggiormente l’autoscatto-social sono interessate a mostrare come sono e come si sentono. Inoltre, da quanto le donne del web affermano, esse sperano  di ricevere commenti positivi da parte degli amici sui social network e di temere, invece, eventuali commenti negativi.            Per quanto riguarda l’ultimo quesito  al quale si è data una risposta mediante l’analisi delle informazioni raccolte attraverso il questionario Big Five Inventory , spiega Giuseppe Riva, docente di Psicologia della Comunicazione e Psicologia e Nuove Tecnologie della Comunicazione presso l’Università Cattolica, che «le persone più devote al selfie appaiono significativamente più estroverse, più socievoli ed entusiaste, con maggiori capacità sociali, e al tempo stesso più coscienziose, con la tendenza a pianificare le proprie azioni piuttosto che ad agire di impulso.          Inoltre, una personalità molto estroversa si associa a un maggior utilizzo dei selfie per mostrare agli altri il proprio stato d’animo, mentre essere molto coscienziosi si associa al non essere particolarmente interessati ai commenti degli altri ai propri selfie, positivi o negativi che siano». A questo punto una variabile importante da prendere in considerazione è quella della coscienziosità (essere scrupolosi e determinati nel raggiungere uno scopo)  che ha un ruolo influente sulla reazione della persona circa i feedback esterni.             È bene chiarire, tuttavia, che ognuno può far uso di questa pratica, ma secondo l’utilizzo che se ne fa può assumere forme e livelli di gravità differenti.             Il problema nasce quando tale dinamica conduce alla perdita del contatto con la realtà del proprio essere, ad aumentare le difficoltà relazionali, al non essere poi così coscienziosi o all’andare incontro ad altri disturbi, tra cui quello narcisistico, che risulta essere quello più presente. Ma, come la psicologia ci insegna, sappiamo anche che chi soffre di tale disturbo, in realtà, è molto insicuro di sé e sente solo il bisogno di apparire e in questo i social network sono per loro, un “grande” palcoscenico.              Consigli             Se una persona è così dedita al selfie mi verrebbe da domandarle: cosa ne penseresti di custodire le tue foto in maniera privata creando un tuo album cartaceo?             L’obiettivo sarebbe certamente limitare la voglia insaziabile delle condivisione sui social. Sarebbe davvero un bel traguardo.             Se hai difficoltà a farlo chiediti: perché lo faccio? Cosa provo nel farlo? Cosa mi aspetto?             Il problema penso stia proprio qui: condividere a tutti i costi ogni foto. Ecco la differenza fra un selfie e un vecchio autoscatto.

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Bassa autostima: Cosa puoi fare di diverso?

Innanzitutto capiamo brevemente cos è l’autostima. E’ il valore che una persona dà a se stessa, rispetto al proprio carattere, le capacità, l’aspetto fisico, i successi e gli insuccessi. Chi ha bassa autostima sperimenta: una scarsa fiducia in se stesso e nel mondo; una difficoltà ad ascoltarsi e ad individuare obiettivi realistici e coerenti con le proprie aspirazioni; una ricerca continua del consenso degli altri per dare un valore a se stesso/a, uno scarso spirito di iniziativa ed una scarsa disponibilità a rischiare; la tendenza a reagire d’impulso; uno stile comportamentale passivo. Chi ha un’autostima bassa tende a concentrarsi sui suoi difetti e a sminuire i propri pregi. L’insicurezza può creare paure immotivate date da propri pensieri disfunzionali e la vita quotidiana, il lavoro e le relazioni ne risentono in modo negativo. Solitamente, quest’ultima deriva da una discrepanza che si crea tra ciò che si vorrebbe essere e ciò che realmente si è. Chi ha una buona autostima, al contrario, ha un buon giudizio su di sé e lo mantiene anche nelle situazioni sfavorevoli. Mostra una certa stabilità mentale ed emotiva. In genere non si fa condizionare dal giudizio degli altri, affronta le situazioni problematiche senza perdere la fiducia in se stesso considerando dunque i propri pregi e difetti e tenendo conto di tutte le possibili conseguenze: positive e negative. Come ritrovare la fiducia in se stessi? Concentrarsi sui propri lati positivi e svilupparli. Si svilupparli e aggiungerei rinforzarli. Perchè mentre ti soffermi su ciò che ti manca stai perdendo di vista ciò che possiedi di bello e di buono senza prendertene cura. Se ci pensi: quale aspetto e caratteristica positiva possiedi? Chi non pensa di avere valore personale, spesse volte, evita di affrontare le situazioni per paura di sbagliare o si sperimenta goffamente in alcuni contesti. E se si verificasse un insuccesso? Allora si soffre maggiormente associando l’accaduto esclusivamente ad una propria mancanza. Al contrario, quando si sperimenta un successo si tende a svalutarlo e a sminuirlo. L’autostima, dunque, può essere stimolata lavorando su se stessi, cioè innanzi tutto capire chi si è, cosa si vuole, amarsi e accettarsi. In generale, il miglioramento dell’autostima è una premessa fondamentale per il benessere psico-sociale della persona. E’ opportuno lavorare sulle proprie paure irrazionali, pensieri disfunzionali e stile comunicativo inefficace. Le paure irrazionali (“Non voglio creare problemi”, “Gli altri mostreranno disapprovazione”, “Non sono capace”, Gli altri mi derideranno, ecc.) abbassano il livello di autostima e influiscono negativamente sul proprio stile di relazione che diventa passivo. Con il passare del tempo, l’accumulo di insoddisfazione e di frustrazione per il mancato raggiungimento degli obiettivi desiderati, , può portare ad una manifestazione impulsiva di rabbia con modalità di relazione aggressiva. Quindi cosa è importante cogliere? Le conseguenze di ogni azione sono due : positive e negative. Le cause di ogni azione posso essere interne ed esterne. E ogni persona ha pregi e difetti. Cosa ne pensi di cominciare ad aprire l’occhio che fin ‘ora hai deciso di lasciare sempre chiuso? Qualcuno potrà giustamente dire: “Non è facile”. Sicuramente non lo è, specialmente se fin ora hai scelto esclusivamente di concentrarti su ciò che non apprezzi di te stesso. Domandati: “Ci ho provato veramente e concretamente a far qualcosa per cambiare?” Se ci hai provato, cosa hai fatto di diverso per darti la libertà di provarci? Cosa hai visto di nuovo? Se invece sei ancora fermo, ti chiedo: “Quali sono le tue esperienze per cui ritieni che sia difficile? Come ti blocchi? Qual è il vantaggio e svantaggio nel continuare a bloccarti? La vetta è lunga ma per raggiungerla bisogna percorre piano piano la strada. Inizia con il primo step e poi valuterai, ma non bloccarti, se nel percorso incontrerai qualche ostacolo. Può essere incluso nel “pacchetto” conseguenze. Se proseguirai sarai già ad un buon punto del tuo cammino. Buon lavoro!

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La violenza psicologica? Annienta l’anima senza sporcarsi le mani!

Cos’ è la violenza psicologica?Quel tipo di violenza in cui ogni tipo di comportamento viene considerato sbagliato o folle. L’obiettivo di tale violenza è prendere di mira la persona in ogni cosa che fa e cerchi di manifestare la propria individualità e la propria identità.Non tutti i tipi di violenza lasciano segni, alcune danneggiano l’anima con parole, gesti, toni allusivi, offese dirette o indirette che possono umiliare fino a colpire in profondità e senza sporcarsi le mani ed è proprio il caso di quella psicologica. In questo articolo mi soffermerò sulle dinamiche all’interno della coppia ma è riconducibile anche ad altri tipi di relazioni. Come si manifesta?La violenza psicologica si presenta mediante una serie di micro-violenze che generalmente seguono uno schema preciso: si comincia col controllo sistematico dell’altro (telefono, uscite, etc) ma anche degli affetti e delle amicizie; si passa poi alla gelosia ingiustificata e patologica dove Il partner diventa un oggetto da possedere in maniera esclusiva, non viene riconosciuto in quanto persona “altra da sé”. Quando la persona vuole emergere, vuole far valere la propria opinione, i propri bisogni, interessi e attività inizia il passaggio da una posizione di idealizzazione a quella di completa svalutazione da parte del proprio partner.Successivamente si presentano le molestie assillanti, fino ad arrivare alle umiliazioni, insulti e al disprezzo . E il più delle volte, purtroppo, arrivano anche atti di violenza fisica. Il partner svaluta tutto ciò che una persona fa o pensa, gli interessi e ciò in cui l’altro crede, oppure viene limitata la libertà dando una subdola motivazione a tale comportamento: la pericolosità dei luoghi, degli orari, o trasformando la rinuncia come prova d’amore o di fedeltà. Una strategia alla base della violenza psicologica è costituita dalle critiche avvilenti volte a minare l’autostima della persona, a mostrarle che è priva di valore. Per esempio la persona oltre ad essere denigrata per quello che fa, può essere accusata di pazzia, criticata rispetto al suo aspetto fisico o alle sue capacità intellettuali: Umiliare, svilire, ridicolizzare, costituiscono atti peculiari della violenza psicologica. Può includere anche minacce o atti intimidatori quali lo sbattere le porte, lanciare o rompere gli oggetti, maltrattare animali domestici, ecc. Con tali comportamenti si vuole intimorire l’altro, minacciarlo della propria forza e capacità di fare del male (agli altri e a se stessi). Qual è la conseguenza di tale violenza? Sentendosi continuamente disprezzata, la persona stessa comincerà a disprezzarsi e a sentirsi non degna di essere amata e rispettata. La ripetitività e il carattere umiliante di tali situazioni possono provocare un vero e proprio processo distruttivo a livello psicologico, per la persona che subisce, che addirittura può condurre al suicidio. Le donne sottoposte costantemente a questo clima iniziano a dubitare di se stesse, dei propri pensieri, sentimenti, si sentono sempre in colpa, inadeguate e spesso si isolano o vengono isolate perché assumono comportamenti non spontanei, scontrosi, lamentosi o ossessivi con le persone che intorno non comprendono e giudicano negativamente. Così la donna resta isolata, senza appoggio. Come riconoscerla? Questo tipo di aggressione attua un processo di mortificazione psicologica attraverso parole denigratorie continue: “non sai fare nulla”, “sei proprio una persona inutile”, “che cosa vuoi parlare tu che non sei nessuno”, “hai rotto”, “stai zitta”, “dici solo cazzate” “solo una povera idiota potrebbe fare quello che fai tu”, “non devi uscire” “è meglio che ti togli dai piedi”, “chissà cosa combini quando esci”, “non sei capace di fare nulla ”, “non hai il cervello” “devi cambiare testa” “o cambi o sono guai” “ se faccio così è colpa tua”ecc.Queste affermazioni sviluppano un lento e sottile annientamento della propria autostima perché tutte queste offese vengono cucite su se stesse, come fossero vere senza considerare che chi li emette è probabilmente una persona con un esame della realtà distorto e con problemi psicologici non indifferenti. In questi casi è più facile dubitare di se stesse che realizzare di avere difronte una persona completamente opposta da quella idealizzata.La donna che ne è vittima comincia a vivere in un continuo stato di tensione e di colpa. Le attività più elementari si trasformano in attività che inevitabilmente la mettono alla prova e la vedono sotto esame. Ogni azione necessita dell’approvazione dell’uomo/carnefice che però in realtà viene vissuto come l’unico possessore della verità, l’unico ad essere capace di poter esprimere il “giusto” giudizio su ciò che essa mette in atto. I sintomi/segnali di malessere si possono individuare nei disturbi del sonno, nell’irritabilità, nell’insorgenza frequente di mal di testa e cefalee, nei disturbi gastrointestinali o in un continuo stato di apprensione, di tensione e di ansia. Questi possono essere considerati segnali di disagio di cui è opportuno verificare l’origine per poter coglierne l’evidenza consapevole delle aggressioni subite, comprendere il motivo che ha permesso tutto questo e riprogrammare il proprio significato di rispettabilità, di autostima e di responsabilità in modo che non vengano mai più oltrepassati i limiti del rispetto di se stesse. E’ un duro colpo riconoscere ciò e fa male come una lama tagliente che viene confiscata dentro le spalle e crea più dolore toglierla che tenerla ancora dentro. Perché fa più male toglierla?La difficoltà per molte donne è legata al dover ammettere a se stesse di amare o aver amato qualcuno da cui, invece, ci si deve difendere; al dover abbandonare l’ideale di amore romantico per cui il fidanzato o il marito che offende o denigra, con il nostro amore, cambierà. Occorre rinunciare all’idea che si è creati fin ora di quel rapporto e di non avere davanti il principe azzurro ma un carnefice.Una volta aver riconosciuto e accettato ciò, si potrà prendere in mano la situazione e scegliere in maniera opportuna come muoversi per riappropriarsi di se stesse e riprendere gli spazi e l’amore verso di sé che fino a quel momento sono venuti a mancare, nonostante la paura che si può provare a causa degli atti intimidatori subiti.Chiedetevi: qual è il vantaggio e lo svantaggio nel continuare questo rapporto? Cosa faccio, tenendo conto dei dati della realtà, per essere definita così sbagliata o folle? Tuttavia,

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Come cambia il rapporto di coppia?

Anche la vita delle relazioni di coppia, proprio come la vita del singolo individuo, si sviluppa e progredisce attraverso precise fasi evolutive. Il percorso della coppia è influenzato tanto dallo sviluppo psicologico caratterizzante i due partners, quanto dallo stile e dalla relazione di attaccamento introiettata da ognuno di loro.Chi vive un legame di coppia si sarà reso conto che nel proseguire del rapporto si vivono cambiamenti che possono destabilizzare ed essere vissuti come una nota dolente.La coppia attraversa inizialmente la fase della simbiosi, poi quella di differenziazione, di sperimentazione, di riavvicinamento e di mutua interdipendenza. Non sempre l’evoluzione riesce a completarsi, e questo significa l’insorgenza di problematiche più o meno dolorose, o la rottura del rapporto.Vediamo nello specifico ognuna di queste fasi: Simbiosi: Questa è la fase dell’innamoramento (che generalmente dura dai 6 ai 9 mesi) in cui è presente il fondersi e l’amalgamarsi del legame, caratterizzato da complicità, affetto e passione reciproca. I partners agiscono come se fossero una persona sola, sono concentrati su se stessi come coppia e vi è l’isolamento dal mondo esterno.Durante questo periodo vi è l’idealizzazione dell’altro in cui le differenze vengono minimizzate e le somiglianze ingigantite. Si inizia a condividere tutto, anche i momenti e le emozioni negative, senza mai lasciarsi.Questa fase è la base per la costruzione dell’attaccamento della coppia ed è indispensabile per l’evolversi del rapporto. Differenziazione: A questo punto i partners sono pronti ad andare incontro a tale fase in cui emergono le differenze. Il partner è osservato in maniera più realistica e obiettiva e per tale motivo nascono maggiori conflitti.La coppia vive un momento di disillusione e sperimenta il desiderio di spazi individuali e separati, oltre a sentimenti di perdita, rabbia e delusione. In questa fase, è importante che i partners accettino le reciproche differenze e individualità e affrontino insieme i conflitti emersi per consolidare il loro legame, gestire in modo costruttivo le difficoltà riscontrate e continuare a crescere insieme, ridefinendo i propri confini nella coppia ed esprimendo la propria individualità, nel rispetto e nell’accettazione dell’altro.In pratica una coppia evolve dallo stato simbiotico a quello della differenziazione quando comincia a pensare in maniera indipendente e vi è uno spostamento verso l’introspezione. Questo cambiamento spesso viene letto come un peggioramento del rapporto, dell’amore che sta venendo meno, anziché un naturale processo evolutivo. Sperimentazione: Andando avanti la coppia si impegna e ha interesse a investire tempo ed energie in attività e relazioni lontano dal partner, sviluppando se stesso e la propria autonomia lontano da esso. I conflitti aumentano ma si sviluppa anche un sano stile per fronteggiarli.In questa fase è maggiore la possibilità per la coppia di andare in crisi e c’è un più alto rischio di tradimento a causa dell’aumentare dei conflitti dettati dalla disillusione e dall’allontanarsi reciproco nel mondo esterno dedicando, dunque, meno tempo alla vita di coppia.Probabilmente in questa fase il pensiero più frequente sarà: “non mi da più le attenzioni di prima!” Saranno di meno, ma ci sono? A volte è automatico pensare che non si è più importanti se il proprio partner comincia a dedicare alla coppia meno ore del proprio tempo anzichè tutte quelle a disposizione come faceva precedentemente, impegnando, per esempio, le altre ore per gli amici o in altre attività e interessi.Per chi si ritrova in questa posizione, questo potrebbe essere uno spunto di riflessione per cogliere se le proprie idee/paure sono realistiche e concrete oppure si è difronte ad una sperimentazione e non ad un prossimo abbandono.Se questa fase viene superata si passa a una nuova fase, quella dell’interdipendenza, in cui il partner viene accettato nella sua imperfezione e avviene un riavvicinamento che può permettere il riaccendersi del desiderio. Riavvicinamento e interdipendenza: Dopo essersi disillusi, allontanati, sperimentati all’esterno, superato crisi fisiologiche, i due partner si cercano di nuovo. In questa fase ciascun partner funziona da base sicura consolidata per l’altro, anche se in alcuni momenti se ne fa a meno e si crea un legame di interdipendenza , che consente di conciliare i bisogni di sostegno e condivisione con quelli di autonomia ed esplorazione, in cui si costruisce un’accettazione dell’altro per quello che realmente è, nella sua imperfezione. Si giunge ad un nuovo contratto relazionale ben diverso da quello simbiotico.I due partners sono indipendenti, ma allo stesso tempo sono in grado e vogliono dare all’altro. Come avrete notato per ogni fase si presenta un cambiamento relazionale abbastanza importante che può, a secondo della persona, influire negativamente su se stesso e di conseguenza sulla coppia.Un consiglio che mi sentirei di dare, a chi traduce questi cambiamenti in “non sono più importante per lui/lei,” è quello di vedere le cose belle e non solo quelle meno belle, guardare quello che di positivo c’è nel rapporto e pensare che molto probabilmente si è importanti, ma in maniera diversa. Buona vita di coppia a tutti!! BIBLIOGRAFIA– M. ANDOLFI, (2005) La crisi della coppia, una prospettiva sistemico-relazionale, Raffaello Cortina Editore: Milano.– E. BADER.- PEARSON P.T., (1997), Manuale di Training sugli stadi di sviluppo delle relazioni di coppia

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Gelosia. L’emozione “parassita” che bisogna imparare a dominare

La gelosia è un’emozione “parassita” (nascosta dietro un’altra emozione) che si presenta quando una persona avverte che la propria relazione importante è minacciata da qualcuno di esterno al rapporto e si teme di perdere improvvisamente la cosa più cara che si possiede, in questo caso l’affetto e la considerazione di chi si ama.Tendenzialmente nelle persone gelose vengono distinti alcuni tratti: timore della perdita, della separazione da tutto quello che si pensa sia indispensabile alla propria felicità; paura di essere rifiutato, abbandonato; gelosia verso il partner che potrebbe condividere qualcosa di speciale con un’altra persona; gelosia e/o invidia per alcuni aspetti fisici o caratteriali che una terza persona possiede e che vengono visti come minacce per il proprio rapporto sentimentale.Come potrete intuire, la gelosia è caratterizzata dalla paura, insicurezza, e può in tal modo influire negativamente sul rapporto di coppia.In ogni caso, la presenza di questo sentimento è un segnale che invita ad intraprendere un cambiamento su sè stessi.Direttamente legata alla possessività, la gelosia spinge la persona che la prova, a ritenere di avere diritto assoluto sul proprio partner e di avere il primato sull’altro, inteso come oggetto del desiderio e di amore viscerale.Frequentemente, chi ne è colpito mostra la sua gelosia anche in mancanza di qualsiasi situazione reale, o di qualche evento che possa giustificare un comportamento di questo tipo ed è proprio in queste circostanze che nascono le liti più accese, in quanto l’altro partner deve difendersi rispetto a qualcosa di inesistente ma frutto dei pensieri di paura del compagno. Sarà difficile disconfermare tali pensieri se a farlo non è per prima la persona gelosa.Una delle caratteristiche che contraddistingue la gelosia, infatti, è il soffocare l’altro della coppia spingendolo inevitabilmente a interrompere il rapporto o se non, addirittura, a tradire realmente.Per alcuni versi si tratterebbe di quello che gli psicologi chiamano “profezia che si autoavvera”: quando si teme qualcosa e molto facilmente quel timore finisce per avverarsi. Perchè capita? Si potrebbe dire che, concretamente, il problema viene alimentato dai tentativi di risolvere il problema stesso: il continuo controllare l’altro, la pretesa di salvaguardare il rapporto da eventuali intrusioni rende la relazione affettiva cosi’ tesa da creare la rottura del legame affettivo. Ma la gelosia è solo negativa? Assolutamente no!Distinguiamo due tipi di gelosia: quella “normale” e quella “patologica”.Nel primo caso si manifesta unita all’amore per il proprio partner ed evidenzia un grado accettabile della sua espressione.Questo tipo di gelosia può essere definito funzionale, nel senso che fa sentire il partner amato. Se il proprio partner non dimostrasse un minimo di gelosia, ci farebbe pensare ad un totale disinteresse nei nostri confronti. Pertanto, una dose contenuta di gelosia può giovare al rapporto e renderlo vivo.Parliamo invece di gelosia “patologica” quando nasce da comportamenti che sono lontani dalla realtà, da azioni che risultano inconsistenti e provenienti da un’ansia che nasce nella mente del geloso senza un riscontro oggettivo (per esempio il continuo controllare telefonate, cellulare per verificare se il proprio partner nasconde qualcosa/qualcuno, ecc.)Questo modo di fare è a lungo andare logorante fino a consumare tutte le energie emotive, fisiche e mentali della coppia, non permettendo a nessuno dei due di vivere in maniera genuina e limpida i propri sentimenti.L’amore implica fidarsi prima di tutto di sé stessi, accettare che l’altro sia “altro” da noi, e non un proprietà di sé.Avrete sentito spesso la frase “prima di amare l’altro bisogna amare se stesso”. Sembra una frase campata in aria, ma in realtà la sua concretezza riduce molte delle difficoltà relazionali, specie quelli di coppia come in questo caso, poiché la maggior parte di questi problemi legati alla gelosia derivano da un’insicurezza personale che non permette di vivere il rapporto in maniera spontanea e serena. Com è possibile superare l’espressione patologica della gelosia?Alcuni punti da tenere a mente sono: riconoscere la gelosia come uno stimolo per impegnarsi con se stessi per capire quali siano le paure che la provocano, impedendole, ed impedendo a se stessi, di danneggiare le proprie relazioni a causa della propria gelosia, osservando le cause del proprio atteggiamento da persona gelosa verso il proprio partner.Per esempio può capitare che il proprio partner si metta sulla difensiva. Il problema è che spesso, il geloso interpreta questa difensiva come una conferma ai propri sospetti mentre è normale che chi si sente sotto pressione tenda a difendersi ed inoltre che quest’ultima abbia anche raggiunto il limite di sopportazione. Per fermare i sentimenti di gelosia potreste porvi delle domande: “ Sono geloso perché ho paura o sono arrabbiato? E per quale motivo sono arrabbiato e ho paura?” Con questa semplice regola si può già intervenire sul progressivo aumento del fenomeno ed impedire alla gelosia di trasformarsi in una devastazione emotiva. Inoltre, questa osservazione fatta in consapevolezza consente di gestire i sentimenti in modo costruttivo senza essere sopraffatti da sentimenti negativi.E’ anche utile chiedere scusa al proprio partner quando ci si rende conto di aver esagerato con accuse ingiuste. E’ sempre importante condividere i sentimenti stabilendo un dialogo con il partner. Condividere quello che sta accadendo dentro di sè, in una circostanza del genere, può portare sollievo e stabilisce un confronto positivo tra i partner.Fare questi primi passi è utile per scomporre il problema e percepirlo in modo meno drammatico. Inoltre, è bene ritrovare in sè quella felicità e sicurezza che nessun altro può costruire al posto proprio se non sè stesso . E’ proprio in mancanza di ciò che, spesso, si scatenano tali meccanismi controproducenti per sé e per l’altro. BIBLIOGRAFIAV.P. MONTANA, (2016)., Gelosia: Strategie e metodi per sconfiggerla, Youcanprint Edizioni.

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